Quello strano giorno in cui compivo cinquant’anni

di Patrizia Ciribè*

Sembrava un anno come tanti. Ma non lo era. E lo avevo capito sin da quei primi giorni di gennaio, dal modo con cui le giornate si erano fatte pesanti e disallineate. C’era come una specie di diacronia nell’aria, come se il tempo, d’un tratto, mi fosse sconosciuto; come se non potessi danzarci all’interno.

Ma continuai a rincorrere quella melodia, cercando di ritrovare il ritmo, cercando di rimettere a posto il mio battito con il suo.

Forse ci stavo riuscendo. Forse. Ma quel giorno, il 30 di marzo, avvertii anche uno strano dolore dietro alle spalle, come di qualcosa che mi si era posato addosso troppo repentinamente.

Avevo cinquant’anni da poco, li avevo compiuti da circa due ore. Mi sembrava un numero bello, il cinquanta. Quel cinque, insieme alla mia strana propensione per i numeri dispari, mi riportò a quando davanti c’era il tre. Ripensai ai lontani trent’anni, anni bellissimi, anni di giovinezza. Poi ai quaranta che erano andati via velocemente, amati e persi troppo presto.

Devo spiegare che ho una percezione balzana della mia età: invecchio e ringiovanisco in modo altalenante, seguendo uno strano ritmo che potrebbe sembrare una musica di Stravinskij. Per questo, a vent’anni ero vecchia e a trenta molto giovane. Ma quando di anni ne compii cinquanta, non ebbi modo di definire me stessa, perché in quel periodo c’era la quarantena. Mi trovai così a galleggiare senza percezione della mia età, né giovane né vecchia, solamente con una coscienza sconnessa…e un peso sulla schiena!

Uscii di casa ed ero stranamente pesante, come se portassi addosso qualcun altro, oltre a me stessa; qualcuno o qualcosa che mi schiacciava le ossa dorsali causandomi dolore.

Ma non me ne curai e uscii per andare a fare la spesa.

In un giorno che era sempre stato per me straordinario, e che era divenuto banale per via dell’impossibilità di festeggiarlo come si deve, decisi di fare qualcosa che un tempo era stata banale e che ora creava parecchio scompenso.

Dover uscire in quel deserto silenzioso, con sul viso e alle mani gli accessori precauzionali, rendeva la pratica dell’approvvigionamento eccitante come la battuta di una caccia preistorica. Così, con indosso i miei complementi di fortuna, e camminando nella solitudine, salutai mio marito addormentato, guardai le mie gatte attorcigliate sui termosifoni accesi, e uscii di casa.

In giro non c’era nessuno, solamente io, con il mio peso dolorante sulla schiena. Pensai che forse stavo morendo, perché quello che vidi immediatamente fu come una specie di purgatorio che sbircia il paradiso da sotto; come se ci fosse un buco di nuvole gonfie e sopra di esse qualcosa di incomprensibile.

Continuavo a camminare per la strada, che era diventata lunga in modo anomalo, come se non avesse una fine, una curva, un ostacolo, niente. Ma ciò che davanti a me si faceva sempre più evidente era questo squarcio in mezzo al cielo, come se al suo posto, al posto del cielo, ci fosse solo quella grande e spumosa apertura.

Non vi era alcuna possibilità di capire cosa ci fosse lì sopra, cosa fosse quella luce abbagliante che cadeva a raggiera sulla schiuma di mare, così continuai a percorrere questa strada infinita che portava in ogni luogo e in nessuno.

Dalla parte opposta al mare, c’erano tutte le case della mia infanzia, quelle che avevo abitato e quelle in cui ero stata per qualche ragione. Di queste, ne riconobbi una che aveva l’anomalia di essere congiunta a una lunga scala. La scala saliva ripida, prima scomparendo tra gli alberi e il fogliame selvaggio di un parco, e poi ricomparendo davanti all’entrata sontuosa della villa.

Era una grande dimora disabitata e un po’ lugubre, una di quelle case che sono state splendenti, ma che poi si sono svuotate di vita e di bellezza. Era come un’anziana donna che nel suo sguardo funereo ha anche un baluginare vago di vita, di ciò che un tempo era stata.

Anche se stava in alto, questa casa -non in alto come lo squarcio nel cielo, ma comunque parecchio al di sopra rispetto alla strada-, ne scorgevo l’entrata chiaramente, insieme alla sensazione di essere appena uscita da lì. Era la villa dei cento scalini, dove ero stata da bambina insieme alla mia amica del cuore; dove avevamo trascorso una giornata irreale, in uno di quei periodi della vita in cui ti sembra sempre di vivere un’avventura.

La porta si aprì pesantemente sui pavimenti a scacchiera che ricordavano tanto le stanze di Alice. C’era un maggiordomo, dei cani piuttosto inquietanti e una strana solitudine che somigliava a un ricordo triste. Era in effetti tutto quanto triste, ma anche felice, esattamente come in quella giornata che stavo vivendo, poche ore dopo aver compiuto i miei cinquant’anni.

Rividi quel momento, quello in cui io e la mia amica entravamo nella villa dei cento scalini, le nostre schiene infantili, e percepii la netta sensazione di essere morta. Morta e rinata come bambina.

Dentro alla casa c’era una ragazzetta con il viso da donna.

Fatto salvo per la servitù e i due cani neri, abitava da sola. Come fossi la me di allora, provai una pena adulta per quella padrona di casa, che in quelle stanze grandi e disabitate sembrava una bambola.

Era una domenica invernale, lo ricordo bene, e in pochi minuti del tempo normale, nel giorno in cui compii cinquant’anni, la rivissi tutta quanta.

C’era stata una sensazione iniziale di ammirazione per tutta quella bellezza caduta; poi una disperata solitudine in cui la bambina-donna viveva, come se qualcuno andandosene via l’avesse dimenticata lì da sola. Nei pochi minuti in cui divenni la me di allora, vissi lo stupore, poi la tristezza e infine lo smodato desiderio di tornare alla mia vita. C’era una richiesta di aiuto in quel visetto di fanciulla, la disillusione matura di una donna, mista alla cupezza di una vecchia.

Scendemmo le scale coperte da erbacce e licheni, io e la mia amica. Il buio della sera, di quell’umido Monte, era come un’ombra di nebbia con l’odore del sale. Lo lasciammo indietro quasi di corsa, Senza tentennamenti, tornammo alla nostra imperfezione. Alle nostre case raffazzonate, ai nostri genitori ordinari, alla nostra vita con ben poche certezze. Eravamo amate in modo imperfetto, amate comunemente, amate senza cognizione. Ma con continuità.

Passando davanti a quella casa, sotto a un cielo squarciato dal bagliore di una luce che sembrava un temporale eterno, percorrendo una strada senza fine, ricordai quel momento come se l’avessi appena vissuto. E lo rivissi da capo con la sensazione di avere perso qualcosa di me stessa.

Poco più avanti, tra onde alte e una spuma rumorosa di mare, mi trovai davanti a un’altra casa, una con il tetto a falde e con una finestra allegra da dove qualcuno salutava. Entrai anche in quella casa, salii per le scale e mi trovai in un piccolo ingresso. Camminando nel soggiorno, che aveva l’aspetto felice di un cane, sentivo i passi di qualcun altro, qualcuno che nell’altra stanza camminava muovendo le mattonelle esagonali. Ognuna di esse suonava una nota, insieme facevano una musica di vetro.

Sotto le coperte di un letto a castello, una bambina leggeva, la chiamai, ma era assorta e non mi sentiva. Siccome dovevo scappare, perché nuovamente mi stavo trasformando in un’adulta di fretta, feci le scale di corsa e uscii senza più dubitare. Quando mi trovai fuori, sul grande piazzale, un rumore di campanacci giunse alle mie spalle e mi spinse a voltarmi.

Non c’era più il mare e nemmeno la lunga strada: c’era un prato costeggiato da rovi, e nelle mani avevo un cesto pieno di more. Le raccoglievo dai rovi, mentre le mucche passavano dondolando la mole feconda e le mammelle piene di latte. Ciò che avevo in mano mi cadde a terra, guardai le mie scarpe sporche di fango e mi sentii oltremodo stanca; stanca e con lo stesso dolore alla schiena.

Mi sedetti un attimo sul muretto che costeggiava la mulattiera e, guardando in alto, vidi che lo squarcio di nuvole era sempre lì appeso. Aveva lo stesso bagliore di prima, come una cascata di luce che penetrava le onde. Il mare era apparso di nuovo, il mare sempre appare, e faceva un gran rumore di schiaffi e di sassi.

C’era, ora, una casa quadrata, azzurra, con due terrazze ai lati. Avevo risate nella pancia, ma il dolore che avevo alla schiena, e il peso che me lo causava, mi impedii di ridere come avrei voluto; ridere senza motivo.

Mi trovai su uno spazio esterno dove c’erano miagolii di gattini appena nati e una bambina, che non ero io ma che era come se lo fossi, che faceva cose da ballerina. Mi sedetti su di una sedia sgangherata e stetti lì a guardarla, quella lei-me, che si muoveva come se avesse una coscienza condivisa. Sbiadì, la persi, persi il momento per ridere di niente, e mi trovai davanti alla chiesa. Erano le cinque di sera, l’aria era velata di rosa e le campane suonano l’ora. Din don, la vita passa, dicevano.

L’ansia mi spinse verso un’altra casa che era stata la mia. Aveva un vecchio ponticello davanti all’entrata, che attraversava un fiume d’erba e di ghiaia.

Il crepuscolo era diventato notte, constatai che, per fortuna, la mia bicicletta era chiusa con il lucchetto, assicurata alla ringhiera davanti al portone. Una voce burbera d’uomo chiamava altre due bambine; una ero io, l’altra era bionda e rideva, “mio padre mi chiama”, diceva.

Entrammo di corsa nell’atrio, c’era l’odore che hanno le coperte al sole; un odore di casa e insieme di nonni, di dolce vecchiaia. Salimmo la scala di corsa, ridendo per come eravamo spettinate e in ritardo. Lei mi teneva la mano, “corri”, diceva “devo andare da mio padre”. Ma io lasciai la sua presa, era tardi, un tardi soffocante. Erano appena suonate le cinque, ma sembrava notte fonda e io dovevo andare; quell’ansia del tardi era ereditaria, una fissazione atavica e contagiosa. Entrai nell’ingresso, un quadrato di marmo nero, lucidissimo; entrai che avevo il fiatone.

In cucina, mia madre sedeva con i bigodini in testa, mi sorrise dicendo che mio padre era sul balcone a fare le conserve di pomodoro. Era nuovamente giorno, un giorno pieno di una luce accecante. Al posto del lungo balcone, delle rondini e delle corde da stendere, c’era mio padre, una grande quercia in mezzo a un terreno senza confini. Davanti a quell’albero eterno che oscurava ogni cosa, persino lo squarcio nel cielo, il mare era solamente un suono lontano e fiacco.

Mio padre era ora chino, intento a fare qualcosa. Si sedette sospirando e ammirai la sua barba, gli occhi di temporale, il cuore che gli pulsava nel petto.

Mi voltai, salii la strada di casa mia, che passava su un mare calmo e pieno di un rumore d’estate; un chiasso allegro di bambini e luoghi comuni.

Li davanti, c’erano il suo sorriso di un amore certo, gli occhi scuri, il suo braccio teso. Afferrai la mano e feci un balzo, per non calpestare i fiori sulle bare dei nostri gatti sepolti.

Guardai il mio carrello, era vuoto. Gli dissi che era tardi, che non avevo comprato niente. Piansi per quello, piansi perché in quella lunga strada mi era mancato, piansi perché non c’era nessuno, e perché quel qualcosa che avevo sulla schiena mi faceva male.

“Scendi da tua madre, che le fai male!”, ha esclamato mio marito rivolgendosi alla nostra gatta. Poi mi ha guardato con quel modo indubbio, che è lo stesso da ormai quasi vent’anni.

“Buon compleanno, amore”, ha detto.

Luthién è in piedi su di me, con le zampe puntate sulla mia schiena, vuole mangiare.

L’orologio sul comodino segna le nove un quarto. Sono nata un lunedì di cinquant’anni fa, già da due ore!

 

* Patrizia Ciribè è nata a Genova e vive a San Michele di Pagana, in un posto raggiungibile solamente a piedi. Parrebbe un po’ misantropa da questa descrizione, in realtà vive con un marito e due gatte.  

Una foglia caduta in estate è il suo terzo romanzo. Precedentemente, ha scritto Ada Gigli signorina, felicemente infelice (Sacco 2015) e L’idillio tra l’uomo e l’ombra (Nulla Die 2016). 

La Pat zone è la sua rubrica settimanale di costume, società e cultura, su http://www.isavona.com.

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