Domani gli uccellini canteranno

di Stefano Amato e.book in uscita*

I was not like everybody else,

or I just didn’t like the uman race.

Another day, The Manges

9.991° giorno

(15 aprile)

Bandierine

Il ragazzo si chiamava Mirko, e se ne andava in giro con un mucchio di bandierine nelle tasche del suo giubbetto da quattro soldi. Erano di quelle bandierine che di solito si usano
per tenere insieme un tramezzino o guarnire un cocktail, ma che lui aveva modificato perché rispondessero alle sue esigenze. Se prima infatti riproducevano in piccolo le bandiere ufficiali di una dozzina di nazioni, adesso una diagonale divideva ognuna a metà, una gialla e l’altra rossa. Il centro era dominato dalla testa di una creatura che il ragazzo sapeva a malapena illustrare ai turisti quando glielo chiedevano nell’edicola/libreria
dove lavorava. Era una figura mitologica singolare che, a fissarla più del dovuto, secondo Mirko assumeva un che di inquietante e apocalittico, come se si corresse il rischio di restare pietrificati — forse perché al posto dei capelli aveva delle serpi. Dalla sua testa spuntavano alcune spighe di grano e tre gambe tornite e piegate ad angolo retto, i cui piedi erano diretti verso i tre vertici di un triangolo equilatero ideale. Il nome della figura mitologica, questo Mirko lo sapeva, era Trinacria e da secoli era il simbolo informale — e
da qualche anno quello ufficiale — dell’isola dove Mirko era nato e cresciuto.

Il ragazzo si fermò accanto a una delle tante merde canine che affollavano le strade e i
marciapiedi di Siracusa. In tasca, la sua mano sinistra passò in rassegna le
aste appuntite. Non fu precipitoso però. Nonostante alle nove di sera i vicoli
del centro storico fossero di solito poco frequentati, preferì aspettare
qualche secondo appoggiato al muro accanto alla merda. Fu un bene, perché venne
fuori che una coppia di mezza età lo stava seguendo a breve distanza. Attese
paziente che i due svoltassero l’angolo. Poi, accertato che non ci fosse nessun
altro in avvicinamento o affacciato alla finestra, tirò fuori una bandierina,
si sedette sui talloni e la ficcò per metà della lunghezza nell’escremento.

Il ragazzo notò con soddisfazione che non l’aveva
sopravvalutata. Era fresca al punto giusto, deposta forse meno di un’ora prima.
Questo voleva dire che, complice la temperatura mite, si sarebbe seccata
lentamente, come una roccia intrusiva, incastonando al suo interno la
bandierina che così non sarebbe volata via. E, cosa più importante, pensò Mirko
allontanandosi di pochi passi, non sarebbe stato facile calciarla via per uno
di quegli esaltati che lo sabotavano.

Il ragazzo si portò al
viso la Polaroid ereditata dalla madre buonanima che indossava a tracolla sotto
al giubbetto, e scattò una foto della “sbandierata”.

Erano i media locali a chiamare così le sue gesta,
ma lui trovava quel termine inappropriato: le bandierine erano troppo piccole e
di un cartoncino troppo spesso per potere realmente sbandierare.

Nove giorni al G8

Mirko andò a recuperare la bicicletta che quel pomeriggio aveva legato a un palo della luce vicino a piazza del Duomo. Indossò gli auricolari e, dopo avere scartato nell’ordine Combat rock dei Clash, Recipe for hate dei Bad religion e It’s alive dei Ramones, decise di ascoltare l’ultimo album dei Manges. Quindi salì in sella nel suo classico modo “all’olandese” — cioè prima spingendo la bici come un monopattino per poi, una volta raggiunta la velocità di crociera, saltare in sella — e cominciò a pedalare verso le Nazioni Unite, come lui chiamava il condominio adiacente alla stazione dei treni dove abitava.

Procedendo nella tiepida sera di metà aprile, si chiese se la sbandierata appena fatta sarebbe finita sui quotidiani del giorno dopo. Era abbastanza tardi, il sito era nascosto, e
poi c’era anche la possibilità concreta che uno spazzino annoiato e/o ostile ripulisse
l’opera prima che un cittadino spinto dall’indignazione si sentisse in dovere
di segnalarla alle autorità. Però mancavano pur sempre solo nove giorni al G8
per l’ambiente che quell’anno si sarebbe svolto a Siracusa, e le autorità, e
non solo loro, sembravano in preda a una strana eccitazione. Come se volessero
assicurarsi che il salotto buono della città — in quel caso l’isolotto di
Ortigia, il centro storico di Siracusa — fosse in ottimo stato per ricevere
degli ospiti illustri. E infatti strade che versavano in condizioni pietose da
generazioni venivano riparate a tempo di record. I marciapiedi si allargavano a
vista d’occhio. Una quantità abnorme di asfalto eruttata da chissà dove
sembrava ricoprire gradualmente le vie principali della città come una glassa
grigio scuro di provenienza aliena. No, dopo tutti questi sforzi il Comune non
poteva permettersi il lusso di lasciare lo sbandieratore libero di operare. Per
questo negli ultimi tempi i giornali e le televisioni locali, pressati dalla
questura, facevano a gara a chi condannava più sbandierate. E per questo il
ragazzo, pedalando verso ovest su quella bici da donna ereditata da una delle
sue sorelle buonanima — la numero 3, se interessa — concluse che l’indomani la
stampa avrebbe sicuramente riportato la sbandierata di poco prima, se non altro
nell’edizione della sera.

* Bozza, la versione definitiva potrebbe subire variazioni.

Ti è piaciuta l’anteprima? Prenota la tua copia a Nulla die edizioninulladie@gmail.com . Ti avviseremo non appena pronta.

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