La sacra famiglia

di Tommaso Balbi* 

 Gianni arranca distratto nell’ultimo rigurgito di traffico delle otto. Un occhio alla strada e un altro ai palazzi illuminati. Allunga lo sguardo verso un balcone. C’è un signore che
fuma con i gomiti appoggiati alla ringhiera. Gli sembra di scorgerne
l’espressione rassegnata e sconfitta. Lo sorprende un pensiero agghiacciante.
Quell’anima potrebbe essere lui tra un paio d’anni. La moglie in cucina che
prepara la cena, la puzza di fritto, il tg1 in sottofondo e un marmocchio
frignante sul seggiolone che sputa la pappina, rovescia i bicchieri e lancia le
forchette. Non riuscirà nemmeno a consumare quella dannata sigaretta in santa
pace perché, ne è sicuro, la moglie comincerà a strillare. Il bambino ha fatto
la cacca e va cambiato altrimenti gli si irrita il sederino. Così abbandonerà
la sigaretta a metà e si catapulterà con il pargolo sul fasciatoio mentre
quella donna di là in cucina gli ordinerà di spalmargli la crema e di
cambiargli il pagliaccetto. Il suo destino è quello.

Ci salirà anche lui su quella giostra.

Eppure qualche mese fa lo eccitava il pensiero di sposare Caterina e di mettere su famiglia. Si buttavano sul letto e fantasticavano. Il nome dei figli, del cane, l’arredamento,
l’abbonamento a Sky. Poi qualcosa si è inceppato. Ora, quando lei prova a fantasticare,
lui cambia discorso, ironizza, finge di addormentarsi. Poi lo bracca una nausea
orribile. Caterina non è una stupida, se n’è accorta. Lo assilla con la storia
che è diventato un orso, che non è più quello di prima. Piange e vuole conferme
ma lui, ora, non è in grado di darle alcuna certezza. Le risponde scocciato.
Dice: “È tutto a posto Caterina”. Invece lei ha ragione. Lui è lontano,
irraggiungibile. Si assenta e parla da solo. Soprattutto in bagno. Parlare da
solo sul water lo calma, gli sembra di poter trovare le soluzioni migliori
mentre evacua.

La sua Punto taglia la cortina d’acqua mentre la ventola del riscaldamento sbuffa alitate polverose e torride.
Lo aggredisce uno stato di stordimento e apatia. Colpa del Tavor. Gli
ingranaggi del mondo gli appaiono innaturalmente lenti e monotoni. Gli sfilano
accanto le gocce di pioggia sul parabrezza, i tergicristalli, i colori dei
semafori e il buio accarezzato dalla luce sgualcita dei lampioni.

Con una manovra approssimativa parcheggia la Punto di fronte a villa Placci. Scende dall’auto, spalanca il portellone, infila le mani nel bagagliaio e arpiona due bottiglie di prosecco. Stasera bisogna festeggiare.

Il cellulare gli vibra in tasca.
Si rifugia in macchina al riparo dalla pioggia.

“Allora Nonno, ci sei?”, gracchia una voce eccitata.

È Cristiano. Gli sembra di vederlo. Il suo sorriso generoso, la sua banda sparuta di capelli scompigliati dal gel e gli occhi furbi.

“Te l’ho già detto, cazzo, non posso!”, ribatte indispettito Gianni.

“Sei solo un dannato spezzone. Avevo in serbo per te una sorpresa, così per festeggiare”.

“Che cosa festeggio? L’esame devo ancora passarlo. E devo andare a letto presto, domani devo essere in forma”.

Le sorprese di Cristiano consistevano, il più delle volte, nel lasciare la fidanzata a casa, scolarsi un paio di litri di birra nei sottoboschi della riviera e fare ritorno in patria,
sconvolti e a orari improbabili. Poi lui si alzava con un mal di testa
fulminante, non riusciva ad aprire libro e l’intera giornata andava a puttane.

“Dai, che domani gli spacchi il culo! Da quella volta che studi…”

“Ti ci metti anche te? E poi scusa da quanti anni sei fuori corso, te? Su certe cose dovresti tacere”.

“Nonno come te la prendi! In conclusione, a che ora passo?”.

“Ti ho detto che stasera non posso. E poi sono a cena da Caterina”.

“Sei un uomo finito. Sei triste, Nonno. Ventotto anni buttati nel cesso”.

Colpito nel segno.

“Questa è la mia vita, Cristiano, che ti piaccia o no”.

“Che vita di merda, lasciamelo dire, Nonno”.

“Cristiano, ciao eh!”.

“Se cambi idea…”.

Gianni riattacca prima che quell’unica sottospecie di amico che gli è rimasto, possa terminare la frase.

Se non fosse che si conoscono dalle scuole elementari l’avrebbe mandato già a quel paese. Non riesce a spiegarsi perché, a volte, Cristiano sia così stronzo e avvelenato. Forse è
invidioso. Forse è solo come un cane. O forse ha ragione.

Con le due bottiglie di prosecco in mano si rifugia sotto la pensilina e indugia di fronte all’ingresso. Già avverte odore di pesce. Si sente inquieto. Vorrebbe scappare, lasciare lì le
bottiglie e scomparire dalla faccia della terra. Nonostante abbia la nausea da
stamattina, dovrà mangiare per non scontentare gli ospiti. Suona il campanello.
Prega che nessuno gli venga ad aprire. Spera in una fuga di gas, che tutta la
famiglia giaccia svenuta sul pavimento. Si risparmierebbe la cena. Invece deve
ascoltare il rumore ritmato e febbrile dei tacchi sul pavimento. Caterina
spalanca la porta e gli salta al collo. Gianni si accorge di detestarla e
stasera più del solito. Lo irritano la sua trepidazione, le braccia al collo,
l’atteggiamento da cagnolina scodinzolante. Comincia ad aver paura dei propri
pensieri, così ingovernabili e spietati.

“Ciao amore”.

Lui rimane immobile e rigido.

Annusa l’odore fruttato dei suoi capelli. Lo infastidisce, anzi, ne è allergico.

Le gote paffute di Caterina si sono verniciate di rosso. Succede sempre così quando ha caldo. Quasi prova tenerezza.

Si è fatta bella per lui. Magari si aspetta che si inginocchi e le chieda di sposarla. Che le tenda un anello.

Indossa un paio di leggins grigio fumo e un vestitino di lana nero che le accarezza i fianchi rotondi ma gradevoli. Gianni l’ha sempre ritenuta molto più decisa di lui. Ha le idee
chiare e pochi dubbi. Lui invece è gravido di tormenti. Segue Caterina lungo il
corridoio tappezzato di nature morte e ha la sensazione che le pareti si
restringano, che il soffitto stia per precipitargli addosso. Immagina di
attraversare il cunicolo segreto di una rocca medievale. Anche i mobili, di un
legno antico e pregiato, gli sembrano più monumentali del solito. La signora
Giovanna Placci si adopera ai fornelli con magistrale capacità organizzativa.
Si muove con eleganza innata e stasera sfila per la cucina con un tailleur nero
a righine color gesso. Gli si avvicina e lo abbraccia. Gianni avverte nella
stretta lieve e formale un messaggio chiaro. Tratta bene mia figlia.

Soliti discorsi cerimoniosi.

Lui, sebbene li detesti, è il principe dei convenevoli. Per questo le mamme lo hanno sempre adorato. Recita la parte del bravo ragazzo con grande mestiere.

Caterina spalma con cura il salmone su triangoli di pancarré e intanto sorride appagata. Lei adora queste scene da focolare domestico.

Nella pentola fumante s’intravede l’acqua della pasta in ebollizione, mentre in padella frigge un abbondante misto di frutti di mare.

Si sfila il cappotto e lo ripiega sull’avambraccio.

“Appoggialo sul mio letto, poi vai a salutare papà. È in salotto”, si raccomanda Caterina.

L’avvocato Uberto Placci sfoglia il Resto del Carlino sul divano, in posa di compostezza professionale che non lo abbandona nemmeno tra le mura domestiche. Se ne sta con le gambe accavallate, gli occhialini rettangolari appoggiati sul naso mentre, vezzoso,
si accarezza il pizzetto canuto. Il sorriso vincente di Obama illumina la prima
pagina del quotidiano.

“Che cosa credi che cambi?”, esclama non appena si accorge della presenza del futuro genero.

“Sentivano il bisogno di cambiare. Il primo presidente afroamericano degli Stati Uniti è un bel segnale per il mondo”, azzarda Gianni.

“Siete dei poveri illusi! Ne riparleremo tra qualche anno”. Reputa il futuro genero troppo di sinistra per comprendere appieno le realtà della vita. Si sfila gli occhiali che, impiccati
alla cordicella, atterrano sul suo petto. Poi i suoi occhi squadrano Gianni. Sa
di metterlo a disagio quando lo guarda così. Si alza di scatto e gli stritola
la mano. Gianni intuisce i suoi pensieri in quella stretta rabbiosa. Tu, essere immondo, trombi mia figlia da quasi cinque anni!

L’avvocato continua a fissarlo senza parlare, come farebbe per intimorire un imputato in tribunale. A Gianni non risulta difficile decifrare il messaggio. Tratta bene mia figlia, altrimenti ti faccio il culo!

È prigioniero di una famiglia di vecchie tradizioni democristiane. L’avvocato è un ex Andreottiano nostalgico che non fa che intessere lodi della prima repubblica. La famiglia Placci ha poi la sfibrante abitudine di rimanere a tavola per ore a disquisire dei massimi
sistemi. Discussioni nelle quali nessuno ascolta l’altro.

Per Gianni è, ogni volta, un supplizio. Nella sua famiglia le abitudini sono distanti anni luce dal rigore democristiano dell’avvocato Placci. È cresciuto nel mito di un padre che appena trangugiato l’ultimo boccone si dilegua nello studio, rincorso dai commenti
caustici della moglie. “Neanche a tavola si può stare insieme?”, Non risparmia
neppure i figli, se fanno cenno di alzarsi dalla tavola. “Vi brucia il culo?  Dovete per forza seguire l’esempio di vostro padre?”.

“Stasera ti faccio sentire il miglior Sangiovese che le tue labbra abbiano mai assaggiato” dichiara l’avvocato interrompendo il flusso dei pensieri di Gianni.

“Sarò lieto di assaggiarlo”, mente lui.

Si sistemano a tavola. Gianni osserva turbato l’elegante scenografia dei centrotavola floreali e delle candele dai colori cangianti.

Tutto questo è per lui.

Caterina lo abbraccia e lo colma di bacini sulla guancia mentre lui accenna un sorriso. La osserva mentre svolazza tra cucina e soggiorno e cinguetta frasette d’amore. Gianni la osserva e si chiede come hanno fatto a mettersi insieme. Sono diversi, incongruenti.
Lei si entusiasma, progetta e si adopera per renderlo felice, seppure senza
capire nulla di lui. Gianni al contrario, odia i progetti, le parole d’amore e
non è capace di renderla felice.

A volte, poi, quando Caterina non ascolta, quando fa la bimba permalosa oppure quando si erge a maestrina moralista e saccente, arriva a immaginare i modi più efferati per eliminarla dalla faccia della terra. Si spaventa lui stesso delle punte d’odio che riesce
a raggiungere.

Il tormento può avere inizio.

Di fronte a lui si insedia l’apostolo Pietro, un damerino quattordicenne, nonché petulante secondogenito.
È la riproduzione in scala del padre. Formale, impiccione e saputello. A
quattordici anni, anziché giornalini porno, riviste di musica o Quattroruote,
legge Tolstoj e Kafka.

Un’adolescenza sprecata.

Intanto, al suo fianco, Caterina gli accarezza la mano e lo chiama amore.

Dal seminterrato riemerge l’avvocato Placci, compiaciuto come uno speleologo che ha appena scoperto una cavità carsica sconosciuta. Stringe la gola del miglior Sangiovese della storia.

Un piatto di spaghetti allo scoglio gli atterra davanti. Gamberetti, vongole e cozze tracimano dal piatto.

“Sono pochi?”, si preoccupa la signora Placci.

“No, no, sono anche troppi. Grazie”, fa Gianni, che inizia a sudare freddo.

“Dai, non fare complimenti!”, esclama la signora Giovanna, con la padella spianata piena di spaghetti.

“Grazie, sono a posto, davvero”.

L’avvocato Placci e la sua fotocopia in scala gli riservano uno sguardo offeso per il gran rifiuto.

La signora Placci è sul punto di infliggergli un’altra badilata di pesce quando Caterina interviene in suo soccorso.

“Mamma, è meglio che non mangi troppo, domani deve essere in forma”.

“Sì, forse è meglio”, si persuade sua madre.

Un sospiro di sollievo.

“Un attimo”, dice l’avvocato.
“Dobbiamo fare un brindisi al nostro dottore”.

Gianni avverte nel proclama il solito malcelato tono ironico. Sa perfettamente che lo considera un essere senza attributi e che lo disprezza per quei tre anni fuori corso.

L’avvocato afferra la bottiglia di Sangiovese. Prima riempie il bicchiere del futuro genero e poi il proprio.

Ecco che si erge a sommelier, il coglione.

Solleva il calice, lo fa roteare con sapienza tra le dita e poi a turno sfiora a uno a uno quelli dei commensali.

Gianni ingurgita il vino tutto d’un fiato. Lo stomaco prende fuoco e le guance avvampano.

Raccoglie le forze, attorciglia gli spaghetti alla forchetta e li caccia in bocca. Gli scivolano lungo l’epiglottide appuntiti come spilli. Tiene a malapena a bada la nausea. Come se
non bastasse, quando alza la testa dal piatto, incrocia lo sguardo dell’apostolo Pietro che vigila su di lui come un cane lupo.

Vuoi una foto, piccolo saccente rompicoglioni?

Vorrebbe afferrarlo per il ciuffo e trascinarlo lungo il pavimento di casa.

“Hai sentito che gli studenti occupano gli atenei? Quei lavativi li trascinerei in aula a calci nel sedere!”, sentenzia l’avvocato.

Gianni annuisce, cerca di non dare corda alle idiosincrasie sociopolitiche del futuro suocero.

“A cosa serve poi? A studiare sempre di meno, a vegetare sempre di più sulle spalle dei genitori”, si infervora l’avvocato.

Gianni si sente tirato in causa visto che è una storica sanguisuga delle finanze di casa Giuliani.

“Sei sicuro che non blocchino anche gli esami?”, interviene preoccupata la signora Giovanna.

“Credo che non ci siano problemi. I miei compagni mi hanno assicurato che gli esami si svolgeranno regolarmente”.

“Occupano anche lo Scientifico e non sanno neanche per che cosa protestano. E i genitori lasciano fare”, tuona disgustato l’avvocato.

“Io con quelli non mi ci mischio”, favella l’apostolo con la stessa stizza paterna.

“Anche perché ti riporterei a casa per un orecchio”.

“Non c’è pericolo, papà”, lo rassicura Pietro.

“Che bravo! Spaventapasseri leccapiedi paraculo”.

Disprezza quel moccioso fin da quando era un infante. Non c’è niente da fare. Quell’aria adulta e impertinente non ha mai abbandonato la faccia del piccolo stronzo. Già snob dalle
elementari.

Gianni continua a ingollare bocconi di spaghetti e vongole. Di colpo non è più sicuro di riuscire a tener sotto controllo la nausea. Si alza di scatto.

“Scusate, vado un attimo in bagno”, annuncia, sforzandosi di apparire tranquillo.

Muove veloce verso il bagno. Entra, chiude la porta a chiave e si tuffa con la testa nel water. Si infila due dita in gola e rigurgita lo scoglio, gli spaghetti e il miglior Sangiovese
della storia. Rimane qualche secondo abbracciato al water, poi fa scivolare
sotto la lingua un’altra pasticca di Tavor. Si rialza. Il volto riflesso allo
specchio potrebbe essere quello di un profugo appena sbarcato a Lampedusa. Si
bagna la faccia con l’acqua gelida. Lo sorprende una nuova insperata pace.

Sa di provocare un certo sgomento nella famiglia Placci quando fa il suo ingresso in salotto con un’espressione stordita sul viso pallido.

“Stai bene amore?”, si preoccupa Caterina.

“Sì, sì. Sono pronto a finire questi spaghetti speciali”, dice lui.

“Sei sicuro di sentirti bene?”, fa la signora Giovanna con un sorriso preoccupato.

“Sicuro!”.

Gianni riesce a evitare le portate successive con la scusa di avere l’intestino in burrasca. “Sarà l’emozione da ultimo esame”.

“Però a questo non puoi rinunciare”, annuncia la signora Giovanna con un sorriso che agli occhi di Gianni è di puro sadismo.

Non bastava la torta di mele.

Un gigantesco profiterole gli campeggia al centro della tavola.

“Poco Giovanna, poco davvero”, supplica.

Lei sembra contrariata, però dice: “Va bene Gianni! Però promettimi che lo porti a casa”.

“Certo. Domani, dopo l’esame, lo farò fuori in due minuti. Ha un aspetto troppo invitante”.

“Lasciane un po’ anche a tuo fratello Enrico”, si raccomanda lei.

“Al massimo due cucchiaiate”, esclama lui con un sorriso da commediante.

Il supplizio termina con un sorso del miglior limoncello della storia, donato all’avvocato Placci da un suo cliente, un politico siciliano.

In camera di Caterina, Gianni si abbandona sul letto mentre lei sistema il lettore DVD. Vuole propinargli la visione di Scusa se ti chiamo amore o, se preferisce, un’altra puntata di Sex and the city su Sky.

“No, ti prego, quelle cagate no”, dice lui.

“Dai, è una storia d’amore, vedrai che ti piacerà”, miagola lei.

Lui aborrisce le commedie sentimentali in generale e tanto più questo genere di film. Stasera avrebbe bisogno di un film dove i personaggi sono tormentati e stanno peggio di lui. Lo risolleverebbe. Alla fine però, come sempre, l’ha vinta lei.

Dopo nemmeno dieci minuti, Gianni, girato su un fianco, si è assopito. Qualcosa interrompe il dormiveglia. Spalanca gli occhi e si trova supino, con i pantaloni e le mutande alle caviglie. Caterina sta tentando, con una certa foga, di animare il suo uccello.
Prova l’istinto di darle un calcio in testa.

Immagina di alzarsi e fuggire fuori dalla camera così, coi pantaloni alle caviglie e il pisello di fuori, urlando a squarciagola, lasciami stare. Chissà le facce del resto della
famiglia.

La testa di Caterina inizia a rimbalzare su e giù ma il membro rimane drammaticamente barzotto. Il pompino vorace inizia anche a dargli un certo fastidio. Lei intuisce qualcosa. “Non ti va?”, dice sollevando la testa.

“No, è che non sono dell’umore”, si giustifica lui.

“Credevo di farti un piacere”. È scocciata, il tono della voce è quello.

“Sono un po’ sotto pressione, capiscimi”.

“È da un po’ troppo che sei sotto pressione”.

“È un periodo, cerca di capire”.

“Allora scusa!”.

Si rialza, si sistema i capelli dietro le orecchie e poi si accuccia sull’orlo del letto dandogli le spalle.

Ho un’ansia della Madonna, sono sotto psicofarmaci, domani ho l’esame più importante della mia vita e lei cosa fa? Fa l’offesa perché ho rifiutato una pompa.

Lo sgomenta accorgersi che ha lo stesso sguardo seccato della madre quando lui rifiuta le sue portate.

“Cate, è meglio che vada. Davvero. Non sono tranquillo, ho bisogno di ripassare”, dice mentre si riallaccia i pantaloni.

“Ciao”, ribatte lei.

Stasera non ha né la voglia né la forza di piegarsi ai suoi ricatti.

“Ciao”, le dice gelido.

Fa tappa in cucina dalla signora Giovanna che sta finendo di asciugare le stoviglie. Si spertica in complimenti per la cena. Lei gli rifila come promesso un vassoio di profiterole coperto da uno strato di stagnola. Anche a quella donna deve giustificare il rientro a
casa così repentino.

In questa famiglia tutti devono sapere i cazzi miei.

L’avvocato sonnecchia di fronte alla televisione, ma quando lo vede si ridesta. Gongola quando Gianni rimarca la bontà del Sangiovese e la prelibatezza del limoncello.

Poi è fuori.

Anche stasera l’ha scampata. Si lascia pizzicare dalla pioggia e poi si lascia andare sul sedile di guida. Guida distratto per le vie di una Cesena triste e annoiata. Il pensiero di
tornare a casa lo tormenta.

Il cellulare è nel vano accanto al cambio. È titubante, ma alla fine lo afferra.

“Allora, qual è la sorpresa?”, domanda Gianni prima che Cristiano possa dire pronto.

“Passami a prendere a casa, veloce, Nonno!”, risponde l’amico. Sembra eccitato, probabilmente è fatto di anfetamine.

Inchioda e fa una conversione À u’ ruvida e decisa. Costeggia il fiume Savio che scorre nero e rabbioso abbondantemente sopra il suo abituale livello. Scollina il Ponte Vecchio e punta dritto verso Torre del Moro.

Ripensa a Caterina e si accorge di provare un misto di indifferenza e rancore. Non c’è più traccia né di tenerezza né di sensi di colpa. Non ricorda più le prime fasi dell’innamoramento. Caterina è narcisista, viziata e superficiale. Caterina è moralista e
sputasentenze e ha diviso il mondo tra ciò che è ammesso e ciò che va condannato. Caterina non gli lascia mai terminare le frasi. Ha la presunzione di sapere in anticipo tutto ciò che lui sta pensando. È piena di sé, saccente e snob. Proprio come suo padre e come l’apostolo Pietro. Non accetta le critiche.

Non la sopporta più. Né lei, né la sua famiglia.

Cristiano lo aspetta barricato nella sua Audi A3 con l’house music a tutto volume.

L’amico ha il solito cappotto nero, la camicia rosa con i primi due bottoni slacciati e un cespuglio di pelo che gli spunta dal petto. Gianni entra, si siede. Prima di chiudere la portiera sente Cristiano scoppiare in una risata grassa.

“Cazzo ti ridi?”.

“L’hai messa a letto la bimba?”.

“Senti, non iniziare con le solite idiozie. Piuttosto cambiÀ sta merda di musica e dimmi che cos’è la storia della sorpresa”.

“Andiamo a Cervia, Nonno!”, fa Cristiano con un temibile entusiasmo.

“Cervia no, è troppo lontana. Ora che siamo là è quasi mezzanotte”.

“Facciamo presto, promesso. Ti fidi del tuo Cristianuccio?”. Inizia a dargli pacche sulle spalle e a sgomitarlo con il solito sorriso da imbonitore.

Ho fatto una stupidaggine. Dovevo andarmene a letto.

“Intanto ho un regalo per te Nonno”, dice Cristiano tirando fuori dal cappotto una canna già perfettamente rollata.

“No, lascia stare. Sono già troppo stordito”.

“Sei matto? Questa è la canna migliore che hai mai assaggiato”.

“Ci credo ma non posso. Domani ho l’esame”.

“No, no, non mi credi. Sono sicuro. Provala. Un tiro solo”.

L’avrebbe tormentato tutta la sera se non avesse dato quel maledetto tiro.

“Che palle! Un tiro solo”, lo accontenta Gianni.

Cristiano accende l’involucro d’erba.

“Se ci fermano, ci fanno il culo…” si lamenta Gianni.

“Madonna, come sei pessimista Nonno”, replica Cristiano. Aspira una badilata di fumo e poi passa la canna all’amico.

Gianni dà un tiro controvoglia.

“Però è buona sta cannetta. Dove l’hai presa?”.

“Un amico d’Università che sta in casa con certi tipi di Napoli”.

Rimangono in silenzio a godersi la fragranza dello spinello.

Cristiano dà l’ultimo tiro, spalanca la portiera e lancia il mozzicone sul marciapiede. Mette in moto e affonda il piede sull’acceleratore. Nei pressi di Porta Santi brucia due
semafori rossi. Poi si fionda sulla Cervese, con la schiena all’indietro, la
nuca pressata sul poggiatesta e le braccia tese sul volante come un pilota di
rally. Gianni intanto guarda fuori, intorpidito. Sente la testa leggera. Se la
immagina galleggiare in un acquario, tra pesci rossi e barriere coralline
artificiali. Poi si addormenta. Cristiano gli rifila una gomitata. Gianni apre
una palpebra, poi l’altra e infine risucchia la bavetta.

“Nonno, sei proprio di compagnia, eh?”.

“Forse è meglio che mi riporti a casa”.

“Stai scherzando! Siamo arrivati fin qua e adesso non puoi tirarti indietro”.

“Questa è una regola del cazzo. Chi l’ha stabilita?”.

Si immagina nel suo letto, senza scarpe e sotto il piumone.

“Come vuoi. Però sei solo un povero vecchio. Non chiamarmi più e cancella il mio numero dalla rubrica, per sempre. Non chiamarmi nemmeno quando ti sposi. Il tuo Cristiano ti vuole fare un regalo e questo è il ringraziamento”.

Mette la freccia e sterza bruscamente verso un distributore di benzina. Non c’è un’anima. Inchioda di fianco alla pompa tre, sotto l’insegna al neon dell’Erg. Non parla, è serio,
anzi deluso, e non lo guarda in faccia. Attende qualche secondo con la speranza
che l’amico ci ripensi poi pigia sul pedale della frizione e infilza la prima.

“Mi giuri solennemente che all’una e mezza, al massimo, siamo a casa?”, domanda Gianni.

“Giuro, Nonno. Ti faccio la sorpresa poi ti riporto a casa, subito”, ribatte l’amico che si scioglie in un sorriso soddisfatto.

Ripartono sgommando.

Cervia è una città fantasma. Strade vuote, lampioni malinconici e gatti randagi che attraversano la strada. Lungo le strade principali spenzolano le luminarie di Natale.

Cristiano si immerge in un intrico di vicoli tutti uguali. Infila una strada buia, senza uscita. Ai lati costruzioni basse, l’intonaco ammuffito, le cancellate arrugginite.

Si ferma in fondo alla via, a ridosso di un parco. Su una panchina tre Marocchini randagi si mimetizzano nell’oscurità. Scolano birre in lattina e si passano spinelli. Cristiano dà due
colpetti di clacson. I Marocchini squadrano la macchina. I loro occhi luccicano
nella notte come schegge di vetro.

Questo posto è una fogna.

Una sagoma spunta dal giardinetto di una casa. Cristiano la illumina con gli abbaglianti. Una bionda platinata con le pantacalze di pelle e una minigonna di jeans sgambetta su un paio di zeppe. Apre la portiera posteriore ed entra. Una zaffata di acqua di colonia
inonda l’abitacolo.

“Cazzo suoni che mi svegli la vecchia?”, si lamenta la ragazza. Non è italiana.

Sarà una delle amiche di Cristiano.

Cristiano ha un sacco di amiche. Quasi tutte ragazze dell’est Europa, per lo più badanti o infermiere. Ha un debole per le slave.

La fanciulla ha forme abbondanti. Occhioni azzurri, gonfi e gelidi come palle di cannone e un trucco pesante.

“Hai visto che bella sorpresa, Nonno?”, esclama Cristiano che poi deflagra in una risata.

La ragazza bionda gli tende la mano.

“Io sono Agneska. Piacere”.

“Io sono Gianni” risponde diffidente, stringendogliela.

Questi due hanno in mente qualcosa.

Agneska si sbottona il giubbotto. Il decolté argina a malapena due tette spaziali costrette in un reggiseno di pizzo.

Racconta che la vecchia non voleva addormentarsi nonostante le trenta gocce di En diluite nella camomilla. Con quella maledetta mano tremante se l’era pure tirata ancora fumante sulla vestaglia. Quasi si ustionava. Non poteva lasciarla così, bagnata dal torace
alla pancia. Chi l’avrebbe sentito il figlio! Cambiale la vestaglia, rimettila
a letto, sistemale le coperte e dalle la buonanotte. Eppure continuava a
chiamarla. Prima sentiva caldo, poi freddo, poi voleva un bicchier d’acqua.
Prendile il bicchiere, metti un’altra decina di gocce di En e dalle da bere. A
quel punto la vecchia era collassata, per fortuna.

“Dove mi porti Crì?”, domanda Agneska sporgendosi in avanti con un sorriso pieno di entusiasmo.

“Accompagno Gianni alla macchina, passo a prendere la coca e poi ti porto al Rio Grande. Ti garba il programma?”.

“Ma come, te ne vai già a casa?”, esclama delusa Agneska.

“È che domani ho il mio ultimo esame, ho il treno alle sette e quaranta, mi devo svegliare presto”.

Gianni odia giustificarsi eppure si sente sempre in dovere di farlo. Anche di fronte a una badante dell’est mai vista prima.

“L’ultimo esame? Allora bisogna festeggiare. Ci fermiamo a bere qualcosa poi ti portiamo a casa”, insiste lei sbattendo le palpebre cariche di ombretto.

“Di solito si festeggia dopo aver passato l’esame, non la sera prima”, dice Gianni.

“Lascialo perdere il Nonno. Se vuole andare a casa lo, porto a casa!”, interviene Cristiano che intanto fa manovra e riparte.

“Ecco bravo!”, dice Gianni.

Agneska tira fuori dalla borsetta un cd di Gigi D’Alessio e costringe Cristiano a metterlo. Comincia a cantare a squarciagola senza azzeccare una nota.

Una polacca che canta D’Alessio. Un incubo.

Gianni inizia a sentire il profumo di casa mentre osserva un banco di nebbia nascondere i campi che costeggiano la Cervese. Chiude gli occhi e cerca di isolarsi nei propri pensieri.

Tra poco sarà sotto le coperte. Al diavolo tutto e tutti, questa serata di merda, Caterina, Cristiano, Agneska. Dormirà le sue cinque ore e darà finalmente l’estrema unzione al Gianni universitario fuori corso.

Si è quasi addormentato quando il cellulare di Agneska comincia a suonare contaminando la voce di D’Alessio alle prese con “Il cammino dell’età”.

Lei fa cenno di abbassare e poi risponde. Non parla, urla.

“Questa dove cazzo l’hai pescata?”, fa Gianni sottovoce.

“È  una polacca. Lavorava all’ospizio dove stava mia nonna. Hai visto che bocce, Nonno?”.

Gianni annuisce come se stesse riflettendo sulle parole di Cristiano.

“Nonno, fa certe pompe che te le sogni la notte”.

Agneska saluta, infila il cellulare nella borsetta e si sporge in avanti.

“Dove andiamo a prendere la coca?”, domanda tutta eccitata.

“In centro, dall’Intoccabile”, risponde Cristiano.

L’Intoccabile è un’istituzione nel campo della coca. Lo conoscono tutti a Cesena, dai calciatori agli avvocati, dai medici alle badanti polacche.

“Allora è roba buona”, dice Gianni.

“Dai, accompagnaci. Poi Crì ti porta a casa, lo giuro”, insiste la polacca.

“Dai Nonno, fallo per Agneska”.

Gianni guarda l’orologio. È l’una.

Sarà questione di dieci minuti, faccio l’ultimo sforzo così me li levo dalle palle, una volta per tutte.

“E va bene”, sospira. “Dieci minuti, non di più”.

Agneska gli butta le braccia al collo e, in qualche modo, gli stampa un bacio in bocca.

“Non esageriamo”, dice Gianni divincolandosi.

La polacca si rituffa sul sedile posteriore e ricomincia a cantare.

Cristiano scoppia a ridere.

Gianni osserva il profilo dell’amico e sente di doverlo rivalutare. In fondo non è un ragazzo malvagio. Occhei, è pedante, inopportuno ed egocentrico. Però ha il potere di farlo
sorridere e con le sue trovate ignoranti riesce a spezzare la monotonia della
sua esistenza. La sua superficialità e il suo entusiasmo infantile gli mostrano
la parte più goliardica, leggera e ironica della vita. Col tempo si è
affezionato ai suoi modi teatrali.

Se non ha i soldi li rastrella dal portafoglio della madre. Se non ci stanno le italiane si scopa le polacche. Se non passa gli esami si compra la coca. E se si annoia chiama Gianni e lo convince a fare le cose che vuole lui.

 

Cristiano si ferma nel punto più buio del parcheggio antistante Sant’Agostino. Non c’è un’anima. Ha smesso di piovere e la nebbia dalla campagna sta risalendo fino al centro.

“Arrivo subito”, annuncia spalancando lo sportello. Diventa serio. Gli occhi gli si fanno piccoli e circospetti. Scende dalla macchina, si guarda intorno e si allontana con le
mani infilate nelle tasche del cappotto.

“Sto morendo dal freddo”, miagola Agneska che si strofina una mano sul braccio per generare un po’ di calore.

Gianni si gira. Gli occhi gelidi della polacca sembrano ora più morbidi e indifesi.

“Vieni qua dietro a scaldarmi un po’?”, gli chiede con una tenerezza inattesa.

È stato un cafone per tutta la sera, non sarebbe carino dirle di no.

Scende dalla macchina, rimonta dallo sportello posteriore e le si siede accanto. Agneska gli si raggomitola contro, poggiandogli la testa sulla spalla.

“Ti sto antipatica, vero?”.

“Ma che dici?”.

“Allora perché hai quel musetto arrabbiato?”.

“Sono stanco e domani ho l’esame”.

Con dolcezza inizia ad accarezzarle i capelli, quasi per scusarsi della sua scontrosità. Sono morbidi e profumati. Lei prende a baciargli il collo.

Gianni ripensa a Caterina. Ora starà dormendo. Stasera era bellissima. S’era immaginata una cena perfetta e invece le aveva rovinato tutto. Come sempre. Le sta rubando la felicità e sta infrangendo tutte le promesse che si erano fatti.

Agneska intanto gli spalanca il giubbotto e gli infila le mani sotto la camicia. Gianni chiude gli occhi.

Dovevi andartene a casa, metterti a letto. Sei senza palle, senza ambizioni e senza moralità.

Riapre gli occhi, guarda Agneska che sta armeggiando con la patta dei pantaloni. Glielo prende in mano. Osserva le unghie laccate di rosso azzannargli il cazzo duro. In pochi minuti hanno appannato i vetri dell’Audi. L’angoscia gli annoda lo stomaco. Vorrebbe
vomitare e liberarsi di tutto il marcio che ha nel corpo.

Chiude nuovamente gli occhi mentre lei lo masturba con energia, ansimando e con la punta della lingua che occhieggia dalle labbra socchiuse. Gianni prova piacere e, al tempo stesso trova ripugnante la scena. Distoglie lo sguardo e prova una sensazione strana,
come se quell’uomo che respira con la bocca aperta fosse un altro e non proprio lui.

Dovrei fuggire in Nuova Zelanda, mollare tutto. Potrei ricominciare. Al diavolo tutti. O forse dovrei impegnarmi sul serio, laurearmi e imparare ad amare Caterina. Dovrei costruirmi un futuro.

Viene quasi subito, aggrappandosi al tessuto del sedile.

Agneska sorride. Ha la mano imbrattata del suo seme. Sembra irriderlo.

Che hai da sfottermi, zoccola?

Ora gli appare come una montagna di lardo. Il trucco pesante le dà un aspetto da fattucchiera. Gianni vorrebbe vederla scomparire e rimuovere ogni ricordo di questa serata.

La polacca si deterge la mano con un fazzoletto e con la manica della maglia pulisce il vapore condensatosi sul finestrino. Fissa per qualche istante una ghirlanda di luci natalizie e poi emette un gridolino di sorpresa. Si gira di scatto, eccitata.

“Guarda!”, esclama mentre indica una capanna di fianco al portone della chiesa.

Gianni guarda, perplesso. È il presepe allestito, come tutti gli anni, dalla Cassa di Risparmio di Cesena.

Forse la zoccola è religiosa.

“La Sacra Famiglia!”, esclama Agneska.

Gli si struscia contro. L’espressione le si fa supplichevole.

“Io sono stata molto carina, vero?”.

“Sì, sei stata carina”.

“Allora potresti… Fare qualcosa di carino per me?”.

“Cioè?”

Ecco, dovevo immaginarmelo che voleva essere pagata.

“Vorrei Gesù Bambino”, dice Agneska.

“Gesù Bambino?”.

“Sì, ti prego, me lo prendi? Me lo metto in camera, vicino al letto”.

“Stai scherzando vero?”.

“Ti prego ti prego ti prego”, insiste Agneska, e intanto ricomincia ad accarezzargli il pacco.

Gianni le scosta la mano, incredulo.

“Che diavolo di ragionamento è? Una ti fa una sega e tu gli devi prendere Gesù Bambino?”.

“Ti avevo solo chiesto un piccolo favore”. Agneska si mette a braccia conserte e fa il broncio.

“Mi sembra di sognare. Un piccolo favore? Io non ti devo proprio niente”..

Cala un silenzio imbarazzato e rancoroso. Un paio di minuti e sopraggiunge Cristiano. Apre la portiera e si tuffa in macchina sventolando una bustina di roba bianca. Ha il ghigno compiaciuto e beffardo.

“Cosa fate sporcaccioni?”, domanda.

“Il tuo amico è proprio uno stronzo. Gli ho chiesto un piccolo favore e lui mi ha maltrattato!”, dice Agneska indispettita.

“Questa è completamente fuori”, ribatte Gianni battendosi l’indice sulla tempia.

“Calma ragazzi, spiegatemi bene”.

“Mi ha fatto una sega, una maledettissima sega, e ora vuole che vada a rubare Gesù Bambino”.

“Sei un bugiardo. Io non ti ho fatto proprio niente”, dice Agneska.

“Nonno, vieni fuori un attimo”. Cristiano si è fatto improvvisamente serio.

Scendono dalla macchina. Il banco di nebbia è più pesante e la temperatura si è abbassata.

Cristiano prende l’amico sottobraccio.

“Nonno, che cos’è successo?”.

“Quella è matta come un cavallo. Vuole che le rubi Gesù dal presepe della Cassa di Risparmio”, dice Gianni indicando la capanna illuminata a non più di venti metri da loro.

“A che le serve Gesù?”.

“Se lo vuole mettere in camera, pensa te”.

“Nonno, le polacche sono così”.

“Così come?”.

“Sono invasate per la religione, molto più di noi”.

“Cioè, questa fa seghe agli sconosciuti e tu me la chiami religiosa?”.

“In fondo che ti costa?”.

“Che mi costa?”.

“Sì, che ti costa? È stata carina, ti ha fatto una sega. E tu falle ’sto piacere”.

“Ma io non le rubo niente. E poi rubare Gesù è un sacrilegio”.

Se le rubo Gesù Bambino magari Dio mi punisce e non mi fa passare l’esame.

“Ma quale sacrilegio. Entri nella capanna, lo prendi e scappiamo. Così chiudiamo questa storia. Lei ti ha fatto una sega e tu le hai preso Gesù”.

“Siete pazzi tutti e due”.

Gianni si libera dalla presa dell’amico e si allontana veloce. È esausto e vuole mettere fine a questa storia.

“Dove vai Nonno?”, fa Cristiano.

“Mi avete rotto. Io lo vado a prendere,’sto Gesù Bambino, ma poi mi riporti alla macchina, subito. Hai capito bene? Subito”, urla Gianni.

Le vene del collo gli pulsano per la rabbia.

Si trova al cospetto di Giuseppe e di Maria con Gesù Bambino in braccio. Lo guardano con occhi amorevoli. Si sente dannatamente in colpa.

Non si può rubare il figlio a una mamma. Tanto meno Gesù Bambino a Maria. Domenica mi confesso, lo giuro. Ne dico anche cinquanta di Ave Maria.

Gli tremano le mani mentre sfila il bambinello dalle braccia della Madre. Adesso Giuseppe lo guarda in cagnesco e Maria ha un’espressione addolorata.

È solo una mia impressione, è solo una mia impressione.

Si affretta verso l’Audi tenendo Gesù tra le braccia.

“Nonno, l’ho sempre saputo che sei un grande”. Cristiano lo raggiunge e lo abbraccia.

Gianni se lo scrolla di dosso, apre la portiera e appoggia Gesù sul sedile, accanto ad Agneska.

Ripartono. Nessuno parla. Si sente solo la voce di Gigi D’Alessio e Agneska che tira su la coca col naso.

Cristiano decelera e accosta vicino alla macchina dell’amico.

“Sei contento?”, fa sarcastico.

Gianni non risponde. Non ha più un briciolo di energia.

“Nonno mi chiami appena hai dato l’esame?”.

Gianni annuisce, poi guarda Agneska. Culla Gesù Bambino e non lo degna di uno sguardo. Esce dalla macchina, una morsa di gelo gli agguanta lo stomaco. Sale sulla Punto. L’orologio sul cruscotto segna le due. Non ha nemmeno l’energia per disperarsi.

Mette in moto e parte. Costeggia il campo di calcio del Torre del Moro, avvolto dalla nebbia. Lui e Cristiano ci hanno passato una vita a giocare, dai pulcini alla prima squadra. Poi lui si è imborghesito mentre Cristiano si è autodistrutto con tutta quella merda che si
fa. Da un paio di anni hanno mollato la squadra.

Ripensa ai tempi del liceo. Sono passati dieci anni. Sembrano secoli eppure non è cambiato un cazzo. Lo stesso tormento, lo stesso senso di inadeguatezza, Cristiano, lo studio, mamma che gli prepara i cappelletti in brodo la domenica e la camomilla prima di andare a letto, gli lava le mutande sporche, gli stira e si incazza se non va a letto presto.
Vive di moto rettilineo uniforme.

Getta lo sguardo sul sedile, c’è il vassoio del profiterole, coperto dalla stagnola.

Ha appena sorpassato una pattumiera. Dà un’occhiata allo specchietto, non c’è nessuno dietro. Inchioda e fa retromarcia. Scende dalla Punto, spalanca il coperchio del cassonetto e butta dentro il profiterole.

Rientra in macchina e riparte.

* Bozza, la versione definitiva potrebbe subire variazioni.

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